L’igiene in queste vaste baraccopoli rappresenta un problema grave: le famiglie vivono in condizioni di sovraffollamento, senza accesso regolare a servizi di pulizia e smaltimento dei rifiuti, il che favorisce la proliferazione di topi e altri roditori.

Il Paso La Mula si trova a dover affrontare non solo la costante minaccia dello sgombero, ma anche una situazione di estrema precarietà, aggravata dalla vicinanza a una delle più grandi discariche di abiti al mondo. La discarica tessile del deserto di Atacama è diventata un simbolo tangibile del consumismo sfrenato e dell’impatto ambientale devastante causato dall’industria della moda veloce.

In questo contesto di vulnerabilità, la minaccia di sgombero colpisce duramente le famiglie del Paso La Mula. Il processo di espulsione, che riguarda circa 100 ettari di terra e minaccia l’esistenza stessa delle 2.500 famiglie che vi abitano, si sta svolgendo senza alcun piano di alternative abitative o soluzioni concrete. 

La totale mancanza di una pianificazione adeguata e di supporto istituzionale ha fatto sì che le famiglie diventino facili vittime di un processo che non sembra prendere in considerazione la loro condizione di estrema povertà e vulnerabilità.

Una delle sfide più grandi per i bambini del Paso La Mula è l’accesso all’istruzione. La scuola più vicina si trova a diversi chilometri di distanza e, in assenza di trasporti pubblici, molti bambini semplicemente non possono frequentarla. In una zona dove quasi nessuno possiede un’auto e il trasporto privato è un lusso irraggiungibile, il percorso verso la scuola diventa un’odissea.

L’isolamento geografico e la mancanza di mezzi di trasporto hanno generato una generazione di bambini che cresce senza accesso all’istruzione formale. Il diritto all’istruzione, garantito dalla Costituzione e dai trattati internazionali, viene di fatto negato, condannando questi bambini a un futuro estremamente precario.

I padri con disabilità fisica che vivono in un deserto ecologicamente compromesso affrontano sfide quotidiane estreme. La scarsità di risorse, l’assenza di infrastrutture adeguate e l’impossibilità di accedere a opportunità di lavoro rendono la loro vita particolarmente difficile. Le ruote delle loro carrozzine non riescono a percorrere la terra polverosa e sabbiosa, simbolo tangibile delle barriere fisiche e ambientali.

La mancanza di occupazione stabile e l’inadeguatezza dei servizi essenziali, come l’assistenza sanitaria e il supporto sociale, li condannano a vivere in condizioni di vulnerabilità. Le difficoltà sono amplificate da un territorio in continua degradazione, dove l’inquinamento e la scarsità d’acqua compromettono ulteriormente le possibilità di un qualsiasi sviluppo sociale ed economico.

La distribuzione dell’acqua potabile avviene principalmente attraverso taniche fornite alle famiglie in base al loro censimento familiare. Le autorità locali stabiliscono le quantità assegnate a partire dal numero di persone che compongono le famiglie.

La qualità dell’acqua presentata in queste taniche solleva preoccupazioni. Nonostante sia ufficialmente classificata come potabile, durante il trasporto e la conservazione possono verificarsi contaminazioni. Le taniche, spesso esposte al sole intenso del deserto, possono riscaldarsi, favorendo la proliferazione batterica. Inoltre, se non conservate in condizioni igieniche ottimali, possono accumulare impurità, compromettendo ulteriormente la qualità dell’acqua.

La salute dei bambini, in particolare dei neonati, è gravemente compromessa dalle condizioni di vita instabili e dalle difficoltà logistiche derivanti dagli sgomberi.
Le donne, spesso sole ad affrontare il peso della maternità in contesti di estrema vulnerabilità, devono far fronte a una realtà che minaccia la loro salute e quella dei loro figli. Le condizioni ambientali difficili, l’inquinamento, la mancanza di accesso a cure adeguate e l’insicurezza alimentare possono influire negativamente sulla produzione di latte materno. Inoltre, lo stress emotivo legato agli sgomberi e alla costante minaccia di perdere la propria casa può ridurre ulteriormente la capacità della madre di nutrire il neonato in modo sano.

Le comunità hanno trovato una forza che nasce dalla solidarietà e dall’impegno collettivo. Di fronte a sgomberi incombenti, violenze quotidiane e mancanza di diritti fondamentali, gli abitanti hanno dato vita a una vera e propria resistenza, organizzandosi in comitati abitativi e coordinamenti regionali. Questi gruppi di solidarietà non sono solo un tentativo di difendersi dalle ingiustizie, ma una testimonianza del potere della comunità di resistere all’oppressione e di rivendicare diritti essenziali.